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Fase 1 ovvero un selfie con l’invisibile

di STEFANO MAROTTA

Aveva cambiato nomi, epiclesi, attributi – soprannomi, anche – nel corso degli ultimi secoli, ma due erano rimasti immutati e fissi nel modo di pensare della gente: si preferiva non pronunciarne il nome e sin dai tempi di Omero si era presa l’abitudine di dire “l’Innominabile”, ma anche “l’Invisibile”, perché si è sempre preferito non vedere nulla al vedere. Recentemente, aveva di nuovo cambiato il suo nome, e l’antichissima e vanitosa Divinità della Morte aveva voluto prendere un nome “moderno”, adeguato allo spirito scientifico e al materialismo oggidiani, e si faceva chiamare “Covid Diciannove”.

Cos’erano dunque quei brevi raccontini, quelle corte cronachette, quegli appunti di diario che avevo appena letto, riuniti sotto il titolo di Fase 1?
Rabbrividii. In un istante realizzai cos’erano: erano tanti e inconsapevoli “selfie con la Morte”.

Mi tornò allora in mente lo straordinario Autoritratto con la Morte che suona il violino di Arnold Böcklin e il suo sorprendente potere magico – che è di tutta la pittura, la grande pittura, così come è della scrittura quando è grande – di “far vedere l’invisibile”. L’”Invisibile”, la Morte, da lunga tradizione si era convenuto di renderla visibile con un trucco – l’unico possibile, del resto: mostrandone gli effetti: lo scheletro umano, secco e spoglio, “ciò che rimane”, come in questo dipinto di Böcklin, dove suona il violino.

Era un “trucco magico” antico, di quando gli artisti erano anche maghi, che risaliva perlomeno al mosaico romano in bianco e nero con lo scheletro adagiato al suolo e la scritta “conosci te stesso”. Questi scrittori – alcuni improvvisati e solo casualmente “scrittori” – senza saperlo avevano usato tutti lo stesso “trucco magico” e ognuno di loro ci ha fatto “vedere l’invisibile”. Ne è venuto fuori quello che a me pare un piccolo capolavoro: un prisma con 64 facce dove in ognuna di esse si riflette – sicura di non essere vista – l’Invisibile, la Morte.

Ritornano allora in mente le celebri parole di Epicuro, tante volte nel corso dei secoli ripetute da opachi e rassegnati nichilisti privi di quella immaginazione che è sempre stata una “seconda vista”: «il più orribile dei mali, la morte, non è dunque nulla per noi; poiché quando noi siamo, la morte non c’è, e quando la morte c’è, allora noi non siamo più». Sull’argomento, aveva “visto” più in profondità Giorgio Colli, quando scriveva «la morte non esiste, è uno stato conoscitivo», e ricordava Eraclito che diceva: «Ade e Dioniso sono lo stesso dio».

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